VIVI SOSTENIBILE

Come votare con la forchetta per un futuro sostenibile? Alla scoperta del cibo biologico

22 Luglio 2016  Tempo di lettura: 9

Votate con la forchetta per un futuro sostenibile!

“Votate con la forchetta per un futuro sostenibile” scrive Marion Nestle in Food Politics. Essendo il cibo una delle più elementari forme di partecipazione alla vita collettiva ed all’organizzazione sociale (ebbene si’! Che ve ne accorgiate o meno, ogni pasto e snack costituisce un atto politico) slogan come quello sopraindicato colpiscono quella parte di noi che brama una maggiore possibilità di controllo ed azione sulle dinamiche mondiali.

Vi accompagnerò in un viaggio attraverso lorigine e lo sviluppo del concetto di cibo biologico, cercando di sottolineare come troppo spesso il brillante baluardo del consumo critico venga confuso con la coscienza critica come mezzo per ridefinire la nostra identità.

Vorrei partire da unosservazione di Gramsci per articolare ulteriormente alcune moderne alternative, come, appunto il cibo BIO. Riflettendo sulle caratteristiche del nostro modello societario, Gramsci  individuonella capacitadi flessibilità del capitalismo la sua maggiore forza, nonché la chiave della sua resilienza.

Cosa acquistiamo veramente quando compriamo biologico?

La fede nel potere delle decisioni individuali di generare trasformazione politica trova espressione nell’attivismo degli hippies californiani. Fin dagli anni ‘60, essi espressero la volontà di allineare le loro azioni private con le necessita’ del pianeta. Questi movimenti furono i primi a porre all’attenzione mondiale la diffidenza verso l’uso di agenti chimici e macchinari in agricoltura determinando cosi’ la nascita del BIO come piattaforma politica. Nelle sue origini californiane, ‘biologico’ pero’ significava molto di più: cibo sano, prodotto e commerciato localmente rispettando l’ecologia del territorio ed i diritti dei lavoratori. E tali sono ancora oggi i valori che popolano il nostro immaginario quando compriamo biologico.

Favorita dalle crescenti fobie salutiste verso il consumo di cibi trattati con agenti chimici ed antibiotici e dallespansione di valori post-materialisti, quali le preoccupazioni ambientali e lattenzione verso la preservazione delle tradizioni, nello spazio di mezzo secolo, la produzione mondiale di cibo biologico ecresciuta esponenzialmente.

In Italia le rare diatribe su prodotti biologici si concentrano solo sullaspetto salutare. Non emio interesse difendere la superioritanutritiva di prodotti bio sostenuta, per esempio, dal nostro Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione nel 2006. Il mio scopo epiuttosto quello di illuminare come tale attenzione -mirata soltanto alla salute- nasconda  prospettive e dinamiche più’ ampie, altrettanto rilevanti, sul panorama BIO.

Lespansione del mercato dei cibi biologici ha determinato un aumento repentino degli attori partecipanti nel settore, attratti soprattutto dal prezzo maggiorato (più 30-35%), e quindi dai maggiori guadagni, piuttosto che dalla condivisione di valori. Fin dagli anni 80, il bisogno di garantire trasparenza ai consumatori di tutto il mondo ha richiesto certificazioni e standard per armonizzare e  regolamentare luso del termine biologico. Tali standard, sempre più’ definiti da organizzazioni terze, si sono perciò’ progressivamente distanziati dalle singole realtà’ di produttori e consumatori.

Contadini di tutto il mondo si trovano quindi obbligati ad abbandonare pratiche tradizionali per adeguarsi agli standard internazionali e superare le ispezioni. Come sostenuto da Alma Gonzalez, tali schemi paiono quindi disegnati per erodere loriginale natura di opposizione propria del movimento biologico. Il marchio BIO contrassegna oggi anche prodotti cresciuti da lavoratori sfruttati in grandi monocolture, destinati allesportazione e commerciati dalle più grandi firme di rivenditori. Biologico non significa necessariamente locale, e locale non significa necessariamente sostenibile(Shapin).

Le condizioni per la partecipazione al mercato biologico favoriscono, infatti, i grandi produttori mentre i piccoli agricoltori stentano nellottemperare ai burocratici regimi regolatori nonché nel sostenerne i costi monetari.  Come scrive Julie Guthman in Agrarian Dreams: dimentico dei tanti valori che originariamente rappresentava, il marchio BIO oggi ha abbracciato, invece che eluso, le logiche del mercato capitalistico.

Ricordandoci dellavvertimento di Gramsci, teniamo a mente che il capitalismo cosiddetto verdeha spesso strumentalizzato e co-optato anche quei valori nati per essere di opposizione.Un contadino toscano, parlando di cibo biologico mi ha altresì detto chequesto e un esempio tipico del fare capitalistico di ingoiare qualsiasi cosa, digerirla, ed infine rivogarla svuotata di contenuto.

Alternative che si materializzano in facili soluzioni di consumo critico (come, appunto, il marchio BIO o anche quello ‘Equo e Solidale) dovrebbero essere oggetto di più profonde riflessioni che rendano giustizia a tutti quei valori che –ben al di la’ dell’aspetto salutare- fondarono il movimento BIO come counterculture. Solo cosi’ il consumo critico non costituirà un mezzo di assopimento delle coscienze, ma bensì costituirà un legittimo voto con la forchetta.   

Crediti e note

Gonzalez, A. 2005. Smallholders Participation and Certification of Organic Farm Products in Mexico. Journal of Rural Studies. 21 (4). Pp: 449-460.

Guthman, J. 2004. Agrarian Dreams: the paradox of organic farming in California. London: University of California Press.

Nestle, M. 2002. Food Politics.

Shapins, S. Paradise Sold. The New Yorker. 15 Maggio 2006.

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