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Estetica del cibo: cosa significa e perchè è importante

Perché un’estetica del cibo? Cosa intendiamo con questa espressione?

Discutere criticamente di cibo non significa, evidentemente, parlare soltanto di nutrizione. Prima ancora che un bisogno fisico, vincolato a un sistema produttivo-economico-politico, il consumo di cibo rappresenta un evento psichico, sociale, culturale. La questione dello spreco alimentare, attorno alla quale ruota questo blog, può essere affrontata adeguatamente soltanto riflettendo sul problema della mercificazione e della spettacolarizzazione del cibo che investe la nostra quotidianità; eppure mi sembra che questa battaglia vada affrontata con armi concettuali appartenenti all’estetica prima ancora che all’etica. Prima di agire dobbiamo sognare.

Se sognare significasse semplicemente contemplare un’astrazione, questo progetto sarebbe contraddittorio. In questa sede non si vuole né si potrebbe certo offrire una storia simbolica delle culture alimentari. All’estetica, infatti, non interessa la dimensione pacifica e orizzontale della durata storica, ma quella inquieta e verticale dell’istante: il sognatore, qui ed ora, combatte la sua continua battaglia contro il senso comune, cercando di incarnare l’universale nel particolare. Da questo punto di vista l’approccio dell’estetica – in quanto “scienza” della sensibilità – sembra ideale per aiutarci a reimmaginare il nostro rapporto col cibo, custodendone la dimensione privata ed edonistica. Durante questo modesto percorso incroceremo, inevitabilmente, i sogni alimentari di grandi rêveur del mondo dell’arte, della filosofia, della letteratura, del cinema; ma ogni volta il lettore dovrà reimmaginare questi sogni, materializzarli, sensibilizzarli, facendoli dialogare con la propria esperienza, la propria memoria, i propri gusti e desideri.

Potremmo dire che mangiare e sognare sono, da un punto di vista simbolico, sinonimi, perché rappresentano due atti di interiorizzazione e di appropriazione (la “dominante di inghiottimento” di cui parla Gilbert Durand in Le strutture antropologiche dell’immaginario). Nel suo appropriarsi del mondo, nel suo farsi relazione con gli altri, coi luoghi, con le stagioni, il ventre diventa insomma un autentico organo di produzione dell’immaginario.

Mangiare e sognare il cibo sono senza dubbio due discipline difficili da equilibrare, ma non si tratta di attività appartenenti a due mondi differenti. L’estetica non ama le divisioni chirurgiche, non separeremo dunque il giorno dalla notte, la veglia dal sogno: ci sforzeremo di tenerle insieme, perché crediamo che la nostra vita abbia molto da guadagnare nel sognare mangiando e nel mangiare sognando. Proprio come fa Gianni Rodari in una delle sue Favole al telefono:

“Il pianeta x213, a quanto pare, è interamente commestibile: ogni cosa, lassù, può essere mangiata e digerita, anche l’asfalto della strada. Anche le montagne? Anche quelle. Gli abitanti di x 213 hanno già divorato intere catene alpine.

Uno, per esempio, fa una gita in bicicletta: gli viene fame, smonta e mangia la sella, o la pompa. I bambini sono ghiottissimi di campanelli.

La prima colazione si fa così: suona la sveglia, tu ti svegli, acchiappi la sveglia e la mangi in due bocconi”.

E voi quali pasti consumereste nella vostra “cucina spaziale”?

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