VIVI SOSTENIBILE

Arrivano i nuovi materiali ottenuti dallo scarto alimentare

5 Agosto 2015  Tempo di lettura: 10–12

Il motto “Da scarto a risorsa” diventa realtà. Le tecnologie per produrre nuovi materiali partendo dagli scarti alimentari sono ora disponibili. Nel settore non mancano certo le eccellenze italiane, dal progetto Mogu a Agridust.

Per il numero e la qualità dei progetti che stanno emergendo, questo decennio potrebbe segnare una tappa cruciale dello sviluppo delle tecnologie per riciclare gli scarti alimentare. E una volta tanto il nostro Paese non è il fanalino di coda, ma si colloca in buona posizione sia per i progetti di sfruttamento dei brevetti che per le startup messe in campo.

Cominciamo la nostra rassegna da Agridust, un nuovo materiale ideato della studentessa Marina Ceccolini che viene presentato in questi giorni presso il padiglione di San Marino ad Expo 2015.

Creato dallo scarto alimentare industriale mediante un processo al 100% biologico, Agridust si presenta come un pongo pastoso che può tra l’altro essere facilmente estruso ed utilizzato in una stampante a 3D per produrre oggetti di vario genere. Totalmente biodegradabile ed atossico, Agridust viene ottenuto essiccando e polverizzando scarti agroalimentari e poi ricombinandoli con un collante a base di fecola di patate.

Nel processo non viene buttato nulla, realizzando pienamente la promessa dell’economia circolare di un prodotto con scarto zero e riciclo totale.

Mogu è un progetto della italiana Mycoplast realizzato in collaborazione con l’università di Utrecht.

L’idea è sostituire le plastiche fossili con bioplastiche totalmente biodegradibili, in modo da risolvere definitivamente il problema dell’inquinamento da contenitori e sacchetti di plastica negli oceani e sulla terraferma.

Il particolare tipo di bioplastica necessario a questo progetto viene ottenuto con dei biopolimeri prodotti dagli scarti agricoli e dai funghi. Mogu, che nella sua presentazione si ispira esplicitamente ai concetti dell’economia circolare, sottolinea come il loro prodotto non solo abbia il vantaggio di essere totalmente biodegradabile, ma di potere essere ottenuto utilizzando esclusivamente risorse locali e tecnologie totalmente naturali.

Biomolener utilizza il siero del latte, tradizionale rifiuto dell’industria casearia difficilmente riciclabile, per produrre biomolecole e quindi biocombustibili o bioplastiche. Il progetto, attualmente allo stato di ricerca, è portato avanti da una joint venture tra il Politecnico di Torino, Legacoop agroalimentare, Università di Bologna, ed è coordinato dal CRA-RPS di Torino (Centro di ricerca per lo studio della relazione tra la pianta e il suolo) e finanziato dal Ministero dell’ambiente, agricoltura e foreste .

Segnaliamo anche il progetto di Ford e Heinz di riciclare i prodotti di scarto della fabbricazione del ketchup (semi e buccia di pomodoro) per fare componenti in plastica per automobili, ed il progetto messicano della Biofase, che ricicla uno degli scarti alimentari più significativi per quantità del Messico, i semi di avocado, per produrre bioplastiche facilmente biodegradabili.

Infine ricordiamo l’importante progetto Made in food waste , frutto della cooperazione di MATREC Osservatorio internazionale sull’innovazione sostenibile e dell’Università di architettura e design del Cile. Made in food waste è una pubblicazione in tre lingue (inglese, italiano, spagnolo) che mostra 50 prodotti da 18 Paesi diversi realizzati interamente col recupero degli scarti alimentari, dal guscio d’uovo alla pelle di salmone (http://www.materiarinnovabile.it/art/98/Made_in_food_waste).

Quali sono i vantaggi delle bioplastiche ottenute riciclando scarti alimentari o rifiuti su quelle da materia prima organica? Le bioplastiche tradizionali (ad esempio quelle ottenuto dal granoturco) aggravano il problema della scarsità di derrate alimentari, in quanto la materia prima necessaria a fabbricarle presuppone l’impiego di risorse altrimenti destinate alla produzione di cibo come l’acqua e il terreno.

Il vantaggio di utilizzare degli scarti alimentari al posto di prodotti agricoli freschi come materia prima è dunque che non è più necessario sottrarre terreno e altre risorse primarie dalla produzione di cibo. Inoltre, si avrebbe un abbattimento dei costi, in quanto la materia prima (lo scarto) costa poco o nulla.

Rispetto alle plastiche fossili resta invece lo svantaggio che un sacchetto o un contenitore in bioplastica può essere corroso dal contenuto. Inoltre è necessario indicare una data di scadenza anche per il contenitore, essendo a tutti gli effetti un prodotto biologico, e quindi a suo modo vivo.

La bioplastica (da scarto o meno) è comunque una forte scommessa per l’ambiente e l’economia. Si calcola che l’eliminazione delle plastiche classiche fatte col petrolio (c.d. plastiche ‘fossili’) comporterebbe per gli italiani il risparmio di 430.000 tonnellate di petrolio e di 200.000 tonnellate di CO2, per non parlare degli effetti sull’ecosistema marino e terrestre derivante dalla morte del classico e degradante sacchetto di plastica.

Questo giustifica anche gli sforzi a livello di ricerca per produrre nuove bioplastiche partendo dai rifiuti urbani (progetto europeo Synpol: http://www.synpol.org/Dissemination/ ).

Il potenziale di crescita commerciale per questi prodotti non manca certo. Secondo le stime presentate dalla Mycoplast in sede di lancio del progetto, il mercato globale delle bioplastiche dovrebbe crescere da 1.4 miliardi di euro nel 2012 a oltre 6 nel 2017, con Europa e Stati Uniti che svolgono la parte del leone, mentre secondo Assobioplastiche ( http://www.assobioplastiche.org), attualmente la capacità produttiva mondiale di bioplastiche è pari solamente allo 0.5% della quantità di plastiche fossili sostituibili.

Potrebbero quindi i nuovi materiali ottenuti dagli scarti alimentari diventare anche una buona occasione per investire i nostri risparmi ? L’intenzione di andare in borsa non manca certo ai fondatori di progetti del genere, e non è un caso che Mogu sia stato presentato agli investitori nel quadro del prestigioso Start Up Initiative della banca Intesa San Paolo. Tra non molto conciliare etica e responsabilità sociale col desiderio legittimo degli investitori di fare profitti potrebbe diventare realtà, come sono diventati reali gli utopistici materiali derivati dallo scarto alimentare. Non ci resta che aspettare, ed avere fiducia nel futuro.

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