IL MONDO MYFOODY

Slow Food Youth Network 2015: l’esperienza di MyFoody

10 Ottobre 2015 • Tempo di lettura: 3 min

Un sottobosco di idee e critiche all’ombra dei padiglioni milanesi

Oggi possiamo contare su di una voce da insider, quella della nostra blogger Laura che ha partecipato alla quattro giorni organizzata dallo Slow Food Youth Network dal 3 al 6 ottobre 2015. Contadini da tutto il mondo si sono incontrati a Milano, proprio nella citta’ e nei luoghi di Expo2015, per dire ad una sola voce: “We Feed the Planet”. Vediamo cosa dice la nostra Laura a proposito.

Il filosofo teorico della decrescita Serge Latouche afferma che “L’economia è una religione occidentale che ci rende infelici”. E’ su questa scia che, anche nei paesi occidentali piu’ ‘sviluppati’, molti giovani invece che comprare un completo ed unirsi ai ranghi della classe media dedita a lavori d’ufficio nine to five, lasciano sugli scaffali tacchi e cravatte per trasferirsi in campagna, dove la sveglia suona ancora prima dell’alba e l’orario lavorativo lo decide la stagione. Economicamente ‘insensate’, queste scelte di vita sono guidate da valori antichi come la civiltà.

La nostra civiltà del progresso, pero’, continua ad osannare la produttività misurata strettamente in termini quantitativi -della quale l’agricoltura industriale, che produce quantità di cibo senza precedenti storici, è il fiore all’ occhiello- senza tener conto di tutta l’energia e la vita che viene macinata dall’instancabile e possente macchina della crescita: siano esse specie animali e vegetali che scompaiono oggi dalla terra ad un ritmo che si avvicina solo a quello delle ultime glaciazioni; o la salute umana, minacciata da ‘nuove’ malattie (come per esempio cancro e diabete) la cui comparsa e’ ricondotta da fonti scientifiche al repetino cambiamento di dieta dell’ultimo secolo; o il rispetto per la terra, l’acqua e l’aria sempre piu’ avvelenate.. nonche’ la solidarietà verso il prossimo, che lasciamo malnutrito per permetterci un’ampia varietà di scelta nelle file dei supermercati della parte piu’ ‘civilizzatà del nostro -intimamente collegato- pianeta.

Giunti al termine dell’esposizione universale milanese, essa pare essere, oltre ad un brillante esercizio di creatività architettonica, uno smacco all’urgenza dei temi che si proponeva di affrontare. Code interminabili per trovare padiglioni pressoche’ vuoti. Come funghi spuntati nei sottoboschi autunnali, giovani coltivatori, allevatori, pescatori, chef, studosi ed attivisti da 120 paesi si sono riuniti in We Feed the Planet, una manifestazione satellite all’Expo, emergendo dalle loro dislocate e spesso isolate comunità per riempire di contenuto il panorama milanese. In quattro giorni, oltre cinquanta conferenze e tavoli di lavoro hanno permesso un fiorente scambio di idee, piattaforme, curricula e buone pratiche infondendo conforto ed ispirazione a coloro che, non rispondendo ai canoni di efficienza del pensiero economico, vengono spesso emarginati.

Dalle accese discussioni su temi quali l’accesso alla terra, la salvaguardia dell’ambiente, le certificazioni e l’educazione emerge l’urgente bisogno di un cambio di paradigma a livello mondiale. I giovani discutono di come evolvere la coscienza popolare dalla moda elitaria per i prodotti bio verso l’attiva difesa di valori di salvaguardia dell’ecologia, della comunità della salute e della biodiversità che sono attualmente lesi in tutto il mondo dall’avanzata dell’agricoltura industriale.

Ed ancora, emerge chiaro che l’amore ed il piacere per il cibo sano, buono e cresciuto nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori dovrebbe sì essere accessibile a tutti, ma non particolarmente economico. Se consideriamo quello che mangiamo solo come carburante per il nostro fisico, richiedendo che esso sia sempre disponibile, uniforme, facile da preparare ed economico, ci stiamo infatti lavando le mani delle cosiddette ‘esternalità’ che quel prezzo nasconde: degli sfruttamenti e delle ingiustizie che, comportandoci da meri consumatori, indirettamente avalliamo ogni giorno.

Anche pensando all’ enorme spreco di cibo, che nel mondo occidentale avviene sopratutto nelle nostre case, emerge la necessita’ di agire, invece che da consumatori, come co-produttori comprando meno ma di migliore qualita’, per ridare valore al cibo e dignita’ alla sua produzione.

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